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di Antonello Anappo (on line dal 04/11/2003, 1374 letture) |
La Lupa è un dio comune alle tre culture originarie di Roma: Aita per gli Etruschi (divinità infernale), Soranus per i Sabini (divinità purificatrice e fecondante), Lupercus per i Latini (divinità della pastorizia). La Lupa è inoltre animale sacro a Marte (Mamers per i Sabini), e nume tutelare del popolo latino. La sua immagine più famosa è il bronzo etrusco del V sec. a.C. conservato nel Campidoglio, per il quale Antonio Pollaiolo, nel 1471, realizzò la coppia di gemellini in omaggio al mito della fondazione. La festa annuale si teneva alla grotta del Palatino (15 febbraio, Lupercalia), in onore del dio Lupercus, lupo e capro insieme (il suo nome deriva dalla fusione di “lupus” e “hirpus”, capro), con l’augurio sacrale di proteggere le le greggi dai lupi. Il rito consisteva nel sacrificio di un cane e di una capra, con carattere di purificazione e di preparazione alla primavera. I sacerdoti Luperci, in auspicio di fecondità, colpivano con fuscelli le donne adulte. Non sorprende di ritrovare il dio comune anche nel mito di fondazione (non a caso è chiamata anche “Lupa marzia), dove una lupa allatta sotto il “ficus ruminalis” i gemelli Romolo e Remo, abbandonati dai servitori del perfido Amulio. È stato osservato da alcuni etologi che l’allattamento da parte di una lupa non è poi una circostanza inverosimile: come l’uomo il lupo è un mammifero, capace di gravidanze plurigemellari; una lupa i cui cuccioli fossero stati predati avrebbe potuto adottare i due neonati umani abbandonati. Il linguista Carlo de Simone ha osservato poi come il termine “ruminalis” riprenda la radice etrusca “ruma” (mammella), da cui deriverebbe il nome di Roma e quello del suo fondatore. Pare tuttavia che la sola “lupa” di un mito fondativo ampiamente rimaneggiato, fosse proprio Acca Larentia. La riprova la fornisce Lattanzio, che chiama spesso la meretrice Acca con l’epiteto “Lupa”, che in latino significa prostituta ed è alla radice della parola “lupanar” (bordello). Concordano ache le Historiae di Livio (I, 4) e i Fasti di Ovidio (III, 55). Il pastore Faustolo raccoglie dunque i gemelli dal fico ruminale, spiegando agli altri pastori accorsi il lutto che aveva strappato alla moglie Acca uno dei dodici figli. Faustolo porta i gemelli - cui dà il nome di Romolo e Remo - alla moglie, in una capanna sul colle Palatino, sul Germalo. Acca Larenzia è ancora una donna giovane, e allatta i gemelli, assumendo il ruolo mistico della “pietosa nutrice”, nobile figura materna, possessiva e protettiva, nonostante il disdicevole passato di “lupa”. Dall’arrivo dei gemellini Acca esce rigenerata, riguadagnando la gioia di vivere perduta. I due gemelli crescono così nella serenità in un mondo di pastori, vigorosi e nell’ebrezza di un’adolescenza selvaggia, e spesso brava. Li ritroviamo già adulti, pronti a vendicare il nonno Numitore.
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Sommario: » Aita, Mamers, Lupercus... |
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Il mito della "fondazione portuense" In costruzione. (Antonello Anappo)
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Fratelli di Romolo, fratres Arvales In costruzione. (Antonello Anappo)
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Summanus e le porte dell’Inferno La chiesa di Santa Bibiana all’Esquilino - dove nel VII sec. giungono i materiali di recupero del sito degli Arvali - ha restituito una lastra di marmo sacra al dio infernale Summanus. Summano è una divinità minore da cui dipendono i fulmini notturni (che i Romani ritenevano generati dagli Inferi e diretti al cielo), posta in relazione antitetica con Giove, che presiede invece alle saette diurne. Durante i Summanalia (20 giugno) al dio era sacrificato un montone nero, il suo l’idolo a forma di caprone riceveva l’unzione rituale e si consumavano focacce di farina. Il culto si mantenne associato a Giove fino al 278 a.C., quando se ne staccò ricevendo un tempio autonomo al Circo massimo. La lastra era posta in una porzione boschiva (probabilmente all’interno del Lucus) devastata da un fulmine notturno. Il pericoloso varco fra mondo superficiale e mondo degli Inferi era carico di sacralità negativa e per questo interdetto agli uomini. La lastra aveva la funzione complessa di riconciliare la divinità, chiudere il varco ed ammonire i colòni circa la natura ‘terribile’ del luogo. La lastra, datata II-III sec. a.C. (oggi ai Musei capitolini, galleria del palazzo Senatorio, rep. NCE14), riporta minacciosa: ‘Summanium fulgur conditum’, ‘qui il fulmine di Summano ha generato un solco’. (Antonello Anappo)
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Il Lucus Deae Diae (o dei Fratres Arvales) è un bosco sacro, dedicato al culto della dea madre (Dea Dia, in seguito identificata con Cerere), posto sotto la protezione di Marte. Al suo interno sorgevano gli edifici sacri dei Sacerdoti Arvali. Il Lucus era compreso in una più ampia distesa boschiva, la Silva Moesia, originariamente sotto il controllo militare degli Etruschi di Vejo. Macrobio colloca il passaggio sotto l’influenza latina già in epoca arcaica, identificando il Pastore Faustolo, marito di Acca Larentia nutrice di Romolo, con il personaggio etrusco di Tarunzio, leggendario possessore di quelle terre (Saturnalia, I-10). Tito Livio differisce l’incontro etrusco-romano al tempo di Anco Marzio, riferendo che gli Etruschi furono indotti ad evacuare la Selva sotto minaccia armata (“Silva Moesia Vejentibus adempta”, Historiae, I-33). Il Bosco sacro si sviluppava in pendìo (clivus), dall’ansa fluviale di Magliana Vecchia risalendo la collina di Monte delle Piche. La parte rivierasca, chiamata Antelucum, ospitava gli edifici sacri minori e di servizio (Caesareum, Tetrastylum, Balneum, Papiliones e forse il Circo). La parte centrale, intersecata dalla Via Campana, ospitava il grandioso Tempio rotondo di Dia (Aedes deae Diae) e quello più antico di Fors-Fortuna. Infine, vi era un settore d’altura, che si arrampicava con un’organizzazione a terrazze, fino alla sommità della collina, dove si trovava l’Ara sacra dei Lari. La sua conformazione è nota attraverso gli Acta Fratrum Arvalium, di epoca imperiale. (Antonello Anappo)
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